Se questa è una donna

Riceviamo dalla nostra responsabile della tutela dei minori, dottoressa Fabiana Gara, un’interessante riflessione su un articolo di Cinzia Sorvillo, di cui riportiamo il link in fondo.

L’articolo è stato fonte di suggestioni e riflessioni.
“Se questa è una donna” che parafrasa “Se questo è un uomo” di Primo Levi, mi fa pensare piuttosto a “se questa è una persona” , una donna che trova riconoscimento nella società nel corso della storia dell’umanità, solo nella generatività, nel ruolo di madre.
E non ho potuto non notare come il nostro lavoro quotidiano sia condizionato troppo spesso da questo concetto.
A partire dai provvedimenti del tribunale che raramente citano i padri ma sempre impongono e dispongono compiti e prescrizioni alla madre e la collocano in comunità con i figli. Troppo spesso anche quando i padri hanno una responsabilità o meglio una irresponsabilità genitoriale e coniugale significativa, tuttavia l’accento viene posto sulla donna. Con una medaglia a doppia faccia: da una parte il lato per così dire valoriale del ruolo e del legame fra madre e figli riconoscendo ne l’importanza e disconoscendo apparentemente il ruolo paterno nella relazione, ma l’altra faccia della medaglia ci fa vedere quanto tutte le responsabilità, che vengono vissute come un fallimento del ruolo anche sociale perché dalla società attribuito, vengano addossati sulle spalle delle donne madri. E quanto poco sembra avere rilevanza in questo ruolo la figura paterna che resta sullo sfondo, ma al contempo spesso mantiene la responsabilità genitoriale continuando ad esercitare sulla donna un potere dato dalla superiorità della posizione giuridica, la donna ne è di nuovo vittima all’interno di un sistema in cui invece le responsabilità sono genitoriali: la coppia si dovrebbe sostenere in un balletto e condividere i compiti della responsabilità genitoriale.
Ma come questo incide nella quotidianità del lavoro all’interno della comunità?
Come questo condiziona la madre stessa che costretta a rivedere la sua vita cerca di capire dove ha sbagliato e dove ha fallito dimenticandosi e facendo dimenticare al mondo circostante quanto non sia la sola ad avere responsabilità.
Nella comunità dove sviluppiamo il progetto a sostegno della genitorialità di donne fragili a tutela dello sviluppo dei minori, una delle problematiche che incontriamo spesso, è proprio legata a degli stereotipi, aspetti culturali in cui tutti noi siamo cresciuti e di cui dobbiamo renderci conto nella quotidianità.
Ciò che contraddistingue chi svolge questo lavoro è assumersi la responsabilità della conoscenza dell’essere umano nella sua essenza più profonda, a partire dalla propria persona. Conoscersi per conoscere.
L’educatore è lo strumento principe della comunità, colui che attraverso la relazione che costruisce in modo consapevole e professionale, permette all’altro da sé di avere un’esperienza relazionale riparativa diversa dal passato, e attraverso questa esperienza riparativa, permette all’altro il cambiamento: della propria visione del mondo, delle persone, di se stesso e della propria vita.
La responsabilità sta nell’essere consapevoli, conoscersi e conoscere e nel non giudicare, filosofia
base del Progetto Uomo cui noi ci riferiamo nel nostro lavoro, per ciascun individuo, essere umano.

Molto spesso le stesse madri che accogliamo sono vittime di questi stereotipi, non trovano altro modo di avere uno spazio nel mondo se non quello di diventare madri. Hanno generato un figlio perché può rappresentare l’unica forma di riscatto sociale e a volte una modalità di auto riconoscimento e di valorizzazione della propria persona che nel suo travagliato percorso di crescita nel tempo ha fallito.
Aggrapparsi al ruolo genitoriale materno, e di conseguenza ai propri figli, a volte non risponde solo a un bisogno naturale biologico di generatività ma rappresenta la strada per il proprio riscatto, una ricerca di autostima, per cercare di riuscire in qualcosa.
La maternità sembra culturalmente l’unica strada , perché ritenuta naturale, non comportare fatiche aggiuntive, sembra poter riuscire a tutti. Risponde al concetto che possiamo riassumere “nell’istinto materno”. Chi non ce l’ha. Ma basta davvero per crescere figli sani?.
Salvo poi scoprire che non è così facile.
Il compito genitoriale è un lavoro che nessuno insegna e che tutti abbiamo imparato nella nostra famiglia e se il percorso non è stato un percorso sano, o se ha risentito di stereotipi culturali, la donna continuerà a tramandare gli stessi stili, gli stessi stereotipi, le stesse modalità di vedere il mondo e ne otterrà in cambio un risultato inatteso, non voluto, a volte esattamente il contrario di quello sperato.
Questa particolare forma di attaccamento che a volte prende vita proprio dalle radici della relazione, dai primi momenti, è proprio ciò che mina la relazione con il proprio figlio , ma a volte è rinforzata proprio dal contesto culturale, dalla visione della donna nella storia, cui si fa riferimento nell’articolo.
In questo medesimo contesto sono nate e cresciute le educatrici, i volontari e il personale tutto che di fatto vivono la stessa pressione culturale e a volte se non adeguatamente supportate nei contenuti , nei pensieri, nelle azioni, rischiano, proprio all’interno del processo di sostegno alla genitorialità, di vedere un solo obiettivo: la madre.
E così si concentra in quella specifica, importante relazione, tutto lo sforzo educativo e di sostegno.

Troppo spesso ci dimentichiamo che la donna è una persona che ha dei bisogni che non possono essere soddisfatti solamente nel suo rapporto con i figli ma che si esprimono in tante altre sfere che a volte se non adeguatamente rispettate e riconosciute non consentono neanche un buon sviluppo della relazione con i figli.
I figli diventano al contrario lo strumento attraverso il quale la donna deve e cerca di ricevere una buona immagine di sé stessa, nasce da qui la richiesta implicita al figlio di essere qualcosa in funzione dei bisogni materni, di rappresentare un “successo” una soluzione. Figli che non possono essere se stessi che non si possono sottrarre al desiderio materno in una spirale che si ripete nel tempo, così come le proprie madri non si sono sottratte alla richiesta della società in cui sono vissute all’educazione che hanno ricevuto Non vengono visti come persone che hanno il proprio bisogno di evolvere e di essere riconosciuti in quanto persona con i propri bisogni e desideri, esattamente come le stesse madri hanno imparato dalle proprie madri e dalla società nella quale tutti noi siamo inseriti.
Aggiungere la frase di Karl gibran: i figli non sono figli tuoi, ma figli della società. F recce dell’arco…

Sostenere la genitorialità non può prescindere dal prendere consapevolezza di questi stereotipi per potersene affrancare e liberare e poter aiutare queste donne a guardarsi come donne, come persone, prima e non solo come madri.
Soltanto coloro che avranno potuto fare questo tipo di lavoro su di sé saranno in grado di vedere i figli come altro da sé, non come una parte narcisistica del proprio sé, e quindi potranno lasciarli liberi di crescere e di esprimere la propria individualità e la propria personalità ed è a questo punto, in questo momento in cui c’è una maggiore autonomia e una maggiore separazione, in realtà , che si sviluppa una buona genitorialità
Là dove si riesce a conciliare il giusto equilibrio fra il proteggere e il lasciar andare.
E avremo una società ricca di soggetti liberi.

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Oikos non si ferma!!!

Ecco alcuni nostri colleghi che, tutti i giorni, continuano ad assicurare assistenza ai nostri ospiti con tutte le precauzioni e le difficoltà del caso, perché, compito di chi lavora come noi nel socio sanitario, è la cura e la tutela di chi gli è stato affidato. E che, in questo momento, deve rinunciare il più possibile ai contatti con i familiari rimasti all’esterno e, come tutti noi, ad una vita normale. Il compito di cura diventa, così, ancora più difficile: ci stiamo inventando laboratori, attività, iniziative e tanto altro. Un immenso grazie a tutti i colleghi dell’Oikos che in questo momento sono in prima linea e lavorano in una condizione di grande pressione, ma che non cedono di un millimetro. Grazie. A tutti voi amici e sostenitori, ricordiamo che per noi i costi in questo periodo sono in aumento e le entrate sono in diminuzione, soprattutto quelle delle donazioni. Vi chiediamo di ricordarvi di noi in tutti i modi che conoscete, e che potete trovare a questo link https://www.oikosjesi.it/come-sostenere-oikos/.

Anche poco ma da tanti di voi, in questo momento così difficile per tutti, può fare la differenza. Grazie.

Il virus dà, il virus toglie

Oikos non si ferma!!! Ricevo da un collega della “prima linea” una interessante riflessione sul senso del nostro vivere ai tempi del covid19 e su quello di chi è ospite di strutture sanitarie ed educative. Grazie Filippo Santi

“IL VIRUS DA, IL VIRUS TOGLIE”
FILIPPO SANTI
In queste settimane stiamo assistendo alla pandemia del secolo, infezione che sta avendo forti
ripercussioni sia dal punto di vista economico che sociale.
Lavorando nel sociale, in particolare nel settore delle dipendenze patologiche, ho scelto questo
titolo provocatorio per riflettere su ciò che il COVID-19 ci sta dando e su ciò che ci sta togliendo;
la risposta è la stessa: il tempo.
Siamo tutti uguali di fronte al tempo: tutti sincronizzati sullo stesso orario, ma con lancette
differenti.
Quest’infezione mondiale, che ci costringe a casa con i conviventi, ha cristallizzato un tempo:
quello dell’operatività, in un’era che ruota attorno al lavoro e alla performance. Paradossale
pensare che questa epidemia sia partita dall’oriente; il virus sembra aver chiesto un ritorno alla
lentezza e alla riflessione, propri un tempo di questi popoli, attualmente affannati dalla macchina
del commercio.
Sono rimasto stupito di come il popolo italiano abbia reagito a tutto ciò: dopo le prime difficoltà
nel rispettare le restrizione ed i decreti ci siamo uniti, abbiamo capito che, forse, avevamo tutti
bisogno di questo tempo e che avremmo dovuto sfruttarlo in maniera costruttiva stando con i
nostri cari a cucinare, leggere, suonare, cantare, giocare, ridere, ascoltare, riappropriandoci di un
tempo che spesso lamentiamo di aver perso. Ci siamo fermati e siamo tornati a guardare le
persone a noi care, a dedicare a noi stessi più tempo capendo che la libertà non dipende dallo
spazio.
In queste settimane siamo costretti a fermarci con noi stessi, a stare a contatto con le nostre
vulnerabilità e con le nostre mancanze, privati della possibilità di correre da una parte all’altra
della città per lavoro, acquisti e giri superflui. Al punto da renderci conto di non poter continuare a
colmare certe nostre esigenze fittizie. Il virus sembra agire per sottrazione, toglie la quotidianità, il
lavoro, i pranzi in famiglia e la possibilità di fare, senza riflettere delle nostre azioni.
Sottrarsi dal resto, creare mancanze, può forse aiutarci ad apprezzare ciò che già abbiamo?
Il tempo frettoloso, la scansione oraria, gli appuntamenti, l’operatività, forse, al pari delle
sostanze, non ci hanno permesso di ascoltarci e di vivere a pieno la vita.
Oggi, più che mai, è possibile avvicinarsi ai ragazzi che vivono le comunità di dipendenze
patologiche, il cui tempo si svolge all’interno di uno spazio che risuona come un limite: pareti che
delineano un dentro e un fuori, un luogo sicuro e un esterno rischioso. La vita evolve per
opposizioni, conosciamo la felicità solo dopo aver sentito la tristezza, apprezziamo la vita dopo
averla rischiata, ci riappropriamo del nostro tempo solo quando comprendiamo che tutta questa
operatività forse ce lo toglie.
Ci stiamo unendo nelle nostre vulnerabilità, come la paura di contrarre il virus (di fronte al quale
siamo tutti identici), la paura che qualche caro lo contragga e la paura della morte. Quella morte
che, in termini Lacaniani, non esiste in quanto è sempre la morte dell’altro e mai la vera morte, la
mia.